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Recensioni di Il silenzio di Cleaver

Corriere della Sera

Viaggio nell’ abisso dell’ indecisione

Un eroe d’ oggi alla svolta: sesso, fama e crisi della mezza età


Un giornalista e documentarista televisivo di mezza età, Harold Cleaver – personaggio un po’ falstaffesco, amante della celebrità, della tavola e del sesso – giunto all’ apice della notorietà pubblica (ha appena intervistato il presidente degli Stati Uniti), decide di punto in bianco di mollare tutto, lavoro amanti compagna e tre figli, per isolarsi in una sperduta e tetra baita della montagna sudtirolese, che era stato anche l’ ultimo ed enigmatico rifugio di un vecchio ex nazista.
La vita che Cleaver intende lasciarsi alle spalle è stata intensa ma precaria, brillante ma artificiale, avida ma irrisolta: una vita intrinsecamente ambigua, e non risparmiata dal dolore. Con la compagna Cleaver ha costruito un sodalizio profondo e duraturo, eppure segnato da reciproci e continui tradimenti. La figlia prediletta, Angela, è stata invischiata nella droga ed è perita, incinta, in un incidente d’ auto. Il figlio maggiore, Alex, gemello di Angela, ha riscosso da esordiente un grande successo letterario con una perfida autobiografia romanzata nella quale il padre viene dipinto come un tiranno ipocondriaco, vanesio e buffonesco, che dall’ alto del suo smagato successo ha paralizzato e frustrato i figli: «Che cosa ti resta da fare nella vita – si chiede Alex nel libro – se tuo padre ha fatto tutto e ti viene a raccontare che tutto è perfettamente inutile, se è famoso e ti dice che la fama è ridicola?».
Le accuse di Alex, che si trincera dietro la scusa dell’ invenzione romanzesca, sono anche più sottili e allarmanti. Non solo Harold, proprio mentre sua figlia moriva, era a letto con l’ ultima amante, un’ indiana intellettuale, ma costei era poi inopportunamente comparsa al funerale della ragazza. Harold attribuisce la strana iniziativa alla compagna; Alex scrive invece nel libro che Harold ha trasformato il funerale della figlia in una pubblicità per fare bella mostra dell’ amante con gli amici e insinua che «chissà, forse già al momento della sepoltura progettava il documentario sul lutto, quello andato in onda non più di sei mesi dopo, un’ opera superlativa, secondo il giudizio unanime di critici e addetti ai lavori».
Difficile discernere qual è la verità; certo è che Cleaver è inseguito ossessivamente dal mondo che ha abbandonato, che il silenzio della baita abitata soltanto da una vecchia bambola e da un’ aquila impagliata risuona di voci, che il vuoto del paesaggio è affollato di pensieri e che Cleaver stesso, almeno per un momento, non può fare a meno di pensare al suo esilio nei termini di un fatuo reality show. Nondimeno il suo proposito è tanto sincero quanto fermo. Vive di poco o niente; entra in contatto con la famiglia di contadini tirolesi proprietari della baita affittata, ai quali si interessa anche per tentare di coglierne la storia e i segreti; vaga nelle lande innevate fino a rischiare la vita.
Salvato per miracolo dall’ assideramento, si prodiga per aiutare i suoi soccorritori nei lavori della stalla: spinge la carriola, ammucchia il letame. Cleaver attende e sollecita dalla vita elementare una metamorfosi: che non verrà. Il suo stesso isolamento si rivela più immaginario che reale, se il figlio, come la madre, da sempre informato della zona in cui Harold è scomparso, lo raggiungerà per un confronto o scontro definitivo…
Come altri personaggi di Tim Parks, anche il protagonista del suo undicesimo romanzo, Il silenzio di Cleaver (in uscita da Il Saggiatore, traduzione di Giovanna Granato), incarna esattamente l’ essenza indicata dal nome, che in inglese significa accetta, mannaia. Esso si connette al verbo «to cleave», il cui valore è ancipite, perché vuol dire tanto fendere o separare quanto unire o partecipare (un orribile troll di legno, «con l’ accetta bloccata a mezz’ aria», occhieggia del resto come un simbolo trasparente nella narrazione). Cleaver è la figura stessa dell’ indecisione, non tanto per un’ incertezza soggettiva quanto per un’ impossibilità ontologica, magistralmente indagata da Parks nel labirinto dei suoi riflessi psicologici e sociali a partire da quel clivaggio rovinoso che trova nella crisi della mezza età una manifestazione proverbiale, ma che trascende la comune circostanza anagrafica.
L’ uso del monologo interiore, continuamente alternato alla narrazione in terza persona, persino in una stessa frase, è il perfetto equivalente stilistico di questa scissione esistenziale. Che cosa desidera realmente Cleaver? Forse svanire nel nulla; tuttavia non vuole uccidersi. La soluzione sembrerebbe quella offerta nell’ irritante autobiografia di Alex, che fa morire il padre nelle vesti e nello stile del personaggio mediatico che è stato. Ma la via d’ uscita è, appunto, soltanto romanzesca: Cleaver, nella realtà, è un animale in trappola, incapace sia di aderire sia di distaccarsi, sia di andare avanti sia di tornare indietro, col risultato di ondeggiare fra il bizzarro, il comico e il disperato.
La rivelazione di questo sapiente romanzo di Parks è che non vi sono rivelazioni e che la sola avventura è la condanna della ripetizione.

Rigoni Mario Andrea