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Doppia vita del giudice Savage

La verità sulla propaganda editoriale, almeno nel mio caso, è che io presento i romanzi mettendone in evidenza luci e ombre, per come li vedo, e poi le case editrici aggiungono montature ed elogi a seconda di quello che ritengono più opportuno. In ogni caso, eccovi la fascetta pubblicitaria di La doppia vita del giudice Savage, seguita da alcuni commenti su quando, dove e perché ho scritto il libro.
“Non c’è vita senza una doppia vita, eppure si finisce per stancarsi…”
Conseguita la nomina a giudice penale – una promozione meritata, nonostante la giovane età e l’evidente convenienza politica di privilegiare un uomo di colore – per Daniel Savage è giunto il momento di mettersi tranquillo. Il suo matrimonio non è poi così infelice come qualche volta gli era parso; i figli ormai adolescenti hanno senz’altro bisogno della presenza del padre; soprattutto, il suo ruolo istituzionale gli impone una condotta irreprensibile. Giorno dopo giorno, nel tribunale penale di una cittadina industriale dei Midlands, il giudice Savage deve emettere sentenze su persone le cui doppie vite sono state smascherate. Per lui è dunque imperativo mantenersi al di sopra di ogni sospetto.
Brasiliano di nascita e cresciuto in una famiglia della migliore borghesia inglese, un uomo carismatico e avvenente, Daniel Savage si ritrova ben presto a confrontarsi con lo stridente divario fra il suo ruolo pubblico e la vita privata. Malgrado gli sforzi, il passaggio dall’ambiguità alla trasparenza, dai tanti tradimenti al sereno trantran matrimoniale, gli sfugge. Quanto più cerca di essere semplice e convenzionale, tanto più il mondo si complica e le persone intorno a lui s’intestardiscono in comportamenti inspiegabili. Perché sua figlia si rifiuta di trasferirsi insieme a loro nella spaziosa casa nuova che lui e la moglie hanno comprato? Perché una giovane donna coreana insiste a telefonargli per chiedere aiuto? Mentre in tribunale si chiariscono le vicende più oscure, la vita del giudice sprofonda in un abisso di confusione, cattiveria e, alla fine, di violenza.
Eroe per caso, seppur destinato a cadere subito in disgrazia, Daniel Savage tenta disperatamente di mantenere il suo mondo sotto controllo. Ma la moderna società inglese, di cui il suo ibrido background lo rende emblema, si è ormai frantumata in una incomprensibile galleria umana in cui ogni volto, di qualunque origine etnica, può nascondere una identità inaspettata. E spesso sono i familiari stretti e gli amici più intimi a divenire a un tratto misteriosi ed estranei.
Con un intreccio intricato quanto avvincente, La doppia vita del giudice Savage trasmette il disorientamento febbrile della città contemporanea.
Ho iniziato il libro alla fine del 1998, pochi mesi dopo avere terminato Destino. Per chi non lo avesse letto, Destino ha uno stile ossessivo, adatto a descrivere un solo tipo di esperienza. Per questo mi sembrava importante cambiare. La doppia vita del giudice Savage è scritto in terza persona, invece che in prima, e l’incipit del romanzo vede il protagonista tutt’altro che in preda al panico, bensì in un momento di grande realizzazione all’apice della carriera professionale.
A proposito del contenuto, devo ammettere che la giurisprudenza è un ambito che mi ha sempre affascinato. Se non avessi abbracciato la strada della scrittura, credo che avrei scelto il diritto penale. Perciò, quando mi sono reso conto che l’ambientazione legale ben si adattava alla trama che avevo in mente, è stata una gradita sorpresa. Ho dedicato un po’ di tempo a frequentare le aule di tribunale. Dopo di che mi sono domandato perché la gente si prende la briga di leggere i romanzi o di andare al cinema, quando potrebbe passare le giornate ad assistere ai processi. La risposta, suppongo, è che i libri e i film, per il controllo che viene esercitato sul materiale, risultano in qualche modo rassicuranti. Una sensazione che il tribunale non è in grado di trasmettere. In aula, dopo avere ascoltato i testimoni e l’accusato, non si è mai certi di quello che è accaduto.
L’altro elemento di rilievo è il colore di pelle del protagonista. La permanenza in Italia mi ha reso partecipe del clima di ansietà rispetto al tema dell’integrazione. Vivo in questo paese da 23 anni, la mia famiglia è italiana, parlo bene la lingua, lavoro per una università italiana, eppure so che per gli italiani rimarrò sempre diverso, e di fatto lo sono. Mi capita di vedere dei bambini di origine africana o asiatica che parlano il dialetto veronese, pur sapendo che non saranno mai fino in fondo dei “locali” nel modo in cui lo è la gente di qui. Sono esperienze molto diverse, eppure le analogie non mancano. Brasiliano di nascita e scuro di pelle, cresciuto in una famiglia adottiva appartenente alla migliore borghesia inglese, Daniel Savage non è mai del tutto sicuro di quanto può risultare o meno diverso, né di quanto il suo senso di identità è influenzato dall’ansia di esserlo.
Infine, o forse dovrei dire sin dall’inizio, c’è la trama. Un thriller in piena regola. Un giallo. Mi sono sempre chiesto: quando qualcuno decide di fare del bene a discapito del proprio interesse, in che misura si tratta di una decisione morale e non di una seduzione estetica, o dell’immagine che ci si è creati di sé e a cui non si vuole rinunciare? Daniel Savage non riesce a non sentirsi responsabile verso una ragazza con la quale in passato ha avuto una relazione. E così finisce per mettersi nei guai e per compromettere il saldo equilibrio del suo mondo, o meglio dei suoi vari mondi.
Ci sono anche alcune complicate cause giudiziarie, i rapporti con la famiglia, con gli amici e con la città.