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Recensioni di Bontà

WUZ CULTURA E SPETTACOLO


Bontà



“Sarà mai in grado di mangiare da sola? O anche solo di portarsi il biberon alla bocca? Chi lo sa, ma sento che è diventata la missione di Sirley. Una missione tanto più definitiva e monopolizzatrice in quanto non verrà mai portata a termine.”

Scritto in prima persona, il romanzo racconta un tratto di vita di George, un giovane londinese, cresciuto in un quartiere popolare e in una famiglia quasi soffocata dalla inesauribile “bontà” della madre, alla presenza di un nonno piuttosto irritante, di una sorella tutt’altro che previdente e con una giovane zia piuttosto fuori di testa oltre che fisicamente un po’ strana. Anche il padre aveva letteralmente dato la vita per gli altri: ucciso mentre era missionario in Burundi.

L’infinita disponibilità al mondo dei poveri e degli emarginati assorbe tutto il tempo della madre, ma la donna riesce anche ad accudire il vecchio padre, la sorella bislacca, la figlia imprevedibile…
Ed ecco come riesce a salvarsi da tutta questa bontà il protagonista: cercando disperatamente la fuga.

Fin da giovanissimo per ragioni di studio, vive fuori casa e ben presto si innamora perdutamente di una ragazza, Shirley. Bella, sportiva, attiva, sufficientemente spregiudicata e laica, sicura di sé e delle sue possibilità nella vita, anche perché la famiglia da cui esce le ha dato gli agi e la libertà necessari a raggiungere i suoi obiettivi: insomma tutto l’opposto della sua educazione e della sua famiglia.

Passano gli anni, e tra le assurde relazioni della sgangherata zia, gli amori improvvisi della sorella e il suo impegno negli studi, utilizzati per poter in futuro emergere nella vita, si inizia a prospettare il matrimonio.

Felicità assoluta per alcuni anni, anche perché la scelta di non avere figli lascia i due coniugi liberi di impegnarsi nei personali interessi, ma quasi inaspettatamente iniziano le prime crisi.
Shirley non trova un lavoro soddisfacente e invece George sta facendo una carriera straordinaria che però gli assorbe molto tempo, forse proprio la frustrazione porta la ragazza a volere ostinatamente un figlio. Molte le resistenze del nostro protagonista che ogni tanto dimentica la promessa di fedeltà e si prende qualche diversivo, ma tiene davvero tanto al suo matrimonio e a quella ragazza così unica che da quando aveva diciotto anni gli è al fianco e alla fine cede.

Ed ecco la tragedia irrompere brutalmente: la bambina che nasce ha un grave handicap fisico e psichico, probabilmente di origine genetica (la strana zia con ogni probabilità aveva davvero qualche malattia che la sfortunata bambina aveva ereditato in una forma molto più grave) che sconvolge la vita dei suoi genitori.

Shirley è come conquistata dallo spirito religioso della suocera con la quale trova conforto e solidarietà. In più il senso di realtà tipicamente femminile, sembra farle affrontare la situazione con una forza incredibile. Dedica ogni momento di sé e del suo tempo alla bambina, si annulla, spera in modo irrazionale in miglioramenti impossibili, ma alla fine anche lei rinuncerà alla speranza…

Più fragile, più sgomento, più arreso George. Il suo tormento, la sua incapacità di accettare e di vivere quel dramma è presentato da Parks con misura, senza abbandoni emotivi e con un senso di verità davvero poco frequenti. Il tutto sapendo introdurre elementi di leggerezza nella pesantezza estrema del quotidiano: la vita è proprio così, anche nei momenti più difficili abbiamo delle tregue, le risorse degli esseri umani sono spesso superiori alle aspettative e le scelte che compiamo non sono mai irrevocabili.
George medita, ma non è di certo un criminale, le cose peggiori: la mente umana può davvero nei momenti più gravi pensare cose che non avrebbe mai creduto di riuscire a elaborare. Eppure il bisogno di uscire dall’incubo è così forte che nulla sembra fermare chi si trova immerso nel dolore.
Non c’è mai un giudizio morale su ciò che i suoi personaggi compiono, anche i gesti che, visti dall’esterno, potrebbero inorridire, vengono presentati con tutta la pietà e la comprensione che meritano. Insomma non è necessario giocare con l’emotività del lettore per farne vibrare i sentimenti, è sufficiente per uno scrittore onesto e capace come Tim Parks, saper presentare la realtà, anche la più drammatica con un’empatia composta. E la domanda che l’autore pone a tutti i lettore e a se stesso è infine questa: che cos’è davvero la bontà? Una risposta univoca non può esserci, o forse non c’è proprio una risposta


DUE LIBRI, UNA PAGINA (99)

Letture di Fabio Brotto

La storia narrata da Tim Parks in questo romanzo, Bontà (Goodness, 1991, trad. it. di G. Granato, il Saggiatore 2007) è una storia dura. Per me in particolare, che sono padre di un ragazzino gravemente disabile. E’ la storia di un giovane che patisce, per così dire, l’estrema bontà dei genitori. Il padre, un missionario anglicano, muore martire in Africa, la madre si dona sempre e in ogni circostanza agli altri, senza mai nulla chiedere per sé, una cristiana perfetta.

E lui,George, vuole invece essere una persona normale, che si vive la sua vita come tutti gli altri, che si fa la sua carriera, che ha successo, una bella moglie, la bella casa, la bella auto, e insomma la realizzazione del sé borghese contemporaneo. Ma quando tutto sembra andare per il meglio, e lui cede alla voglia di maternità della moglie (non desiderava figli), ecco il novum, l’evento fatale, che è tremendo: una figlia che nasce con una sindrome che la rende incapace di muoversi, di comunicare, di soddisfare le minime necessità della vita. Un essere che non manifesta alcun segno di umanità, con cui la relazione può essere solo a senso unico. Ed è questo che rende insostenibile la vita in una famiglia con un membro disabile dalla nascita: l’assenza di una comunicazione umana.

George si comporta bene, quasi eroicamente, prende su di sé questa congiuntura disperata cercando una soluzione, fa di tutto, fino a che, dopo anni di vita infernale, giunge alla risoluzione di simulare un incendio della sua villa, in cui la bimba perisca. Solo la morte della creatura inerte e incapace di tutto e sempre sofferente potrebbe liberare i due coniugi dal peso che li schiaccia. Il tentativo fallisce. Sarà infine la moglie ad abbondare nella somministrazione della solita medicina, a porre fine ad ogni cosa.

La scrittura di Parks, che vede i fatti attraverso lo sguardo di George, è brillante, sarcastica, dura nell’assumere l’ottica della brama di normalità del soggetto, che si scontra con una fattualità inesorabile. La problematica è spietata, le soluzioni non ci sono, non tutte le spalle possono portare pesi sottratti alla misura umana. Non tutti riescono a fare, come la madre di George, del proprio annientamento la scala ad una felicità superiore. Se qualcuno ama i libri che colpiscono duro, qui il pugno c’è, ed è forte davvero.

La seconda parte inizia così:

Sui bambini handicappati grava un tabù, questo è certo. Ho avuto tempo e modo di rifletterci. O sono commiserati dai mercificatori della coscienza sociale desiderosi di dimostrare che il governo non sborsa abbastanza, o sono bellamente ignorati. Tranne, forse, che nelle barzellette di pessimo gusto. Di norma i genitori sono visti come angeli che li amano a dispetto di tutto o come diavoli che li maltrattano e li abbandonano. Il martirio e la brutalità fanno notizia. Di quando in quando l’interesse si concentra su quelli che fra atroci difficoltà dipingono biglietti natalizi con il pennello stretto tra il secondo e il terzo dito del piede. E allora la tv ne mostra per una trentina di secondi i poveri corpi contorti (con questo non dico che andrebbero mostrati più a lungo). Certa stampa scandalistica, poi, racconta favole sulle meraviglie che compirà l’ingegneria genetica in futuro, e il vecchio tormentone – è giusto sterilizzare una ragazza con gravi handicap mentali anche senza il suo consenso? – tocca corde emotive tenendo desto l’interesse. Ma che cosa significhi accudire e pulire un handicappato quotidianamente, facendo al tempo stesso i conti con una sensazione di perdita, di non avere speranze né vie d’uscita… meglio lasciar perdere. Magari potessi lasciar perdere io. (p. 105)