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Brano tratto da Bontà


Il classico caso


La prima volta che m’intromisi per far pendere l’ago della bilancia dalla parte della sanità mentale e del buonsenso fu in occasione della prima gravidanza di Peggy. All’epoca abitavo a Leicester. Io e Shirley avevamo scovato una casetta niente male a pochi chilometri dall’università ed eravamo andati a vivere insieme; costava, ma la dividevamo con un’altra coppia di studenti, e il signor Harcourt, il padre di Shirley, provvedeva senza volerlo a quello che io non sempre potevo permettermi.
Difficile minimizzare il sollievo che mi procurò quel mutamento radicale; che meraviglia, finalmente, finalmente, non dovevo preoccuparmi che mamma scoprisse i miei altarini, non dovevo affrontare i suoi rimproveri muti e sofferti, l’esortazione continua anche se tacita a prenderla come modello. Tornavo a casa solo alla fine dei trimestri e mai per quisquilie come la prostatectomia del nonno o il tentativo di suicidio di zia Mavis. Mamma scriveva chiedendomi di andare e io le rispondevo chiedendole che aiuto avrei potuto mai dare e spiegandole che la cosa veramente importante per me era laurearmi col massimo dei voti e sottrarmi così alla trappola di povertà in cui, nel futuro mondo ad alto tasso di tecnologia e di disoccupazione, rischiavano di finire quelli che come me provenivano da un ambiente di borghesi piccoli piccoli senza arte né parte.
Mamma scriveva dicendo che capiva benissimo, ma le sarebbe piaciuto se fossi riuscito a fare un salto a casa una volta ogni tanto, e nel frattempo mi aggiornava su fatti quali la morte di Jagger, il cane di Peggy (il nonno gli aveva dato delle ossa di pollo), gli incontri parrocchiali dove lei teneva dei discorsi, che cosa aveva preparato da mangiare quando tizio e caio, che erano missionari nel Borneo o sacerdoti nigeriani, erano andati a pranzo da loro, i contatti che aveva con Peggy (andava a ramazzare qualche topaia che mia sorella occupava abusivamente, le prestava dieci sterline che non avrebbe più rivisto), la storia di un gatto randagio che aveva adottato, di un barbone al quale aveva dato da mangiare e che se n’era andato con l’accendino preferito del nonno, questo e quest’altro che si erano convertiti quando il tale e il tal’altro avevano tenuto un discorso alla comunità giovanile, le chiacchierate con i vicini sullo stato delle tubature sotto il giardino, il nostro platano che toglieva la luce al loro salotto, il recinto mezzo marcio che gli altri volevano far riparare ma lei non poteva permetterselo, eccetera, eccetera.
Io a casa non ci tornavo. Non ero mai stato così felice: lavoro, gioco, feste, indipendenza, dissolutezza, Shirley. Finché, a metà del terzo anno, mamma mi mandò un telegramma: “Peggy in stato interessante, vieni, ti prego”.
Il classico caso di persone che non fanno la cosa più ragionevole e adatta a tutti gli interessati, di quelle che dovrebbero servire da monito per ciò che ha in serbo il futuro. Offriva materia di riflessione. Mavis, scoprii arrivando a casa (le lettere di mamma informavano molto meno di quanto pretendessero), era tornata a vivere in Gorst Road dopo essersi scolata mezza bottiglia di candeggina. Il secondo tentativo. Si era portata dietro solo la pensione minima e passava le giornate ad ascoltare i vecchi dischi di Elvis Presley in camera sua e a lamentarsi del fatto che Bob avesse lasciato i mormoni per unirsi a qualche frangia religiosa orientale con sede in Indonesia guidata da una figura carismatica nota come il Bapi. Questo aveva disorientato Mavis. Il Bapi aveva ordinato a Bob, come faceva con tutti i convertiti, di prendere un nuovo nome. Così ora Bob era Raschid. Alla base della loro rottura, pare, c’era il fatto che Mavis, in un inatteso sfoggio di indipendenza, avesse mandato Bob su tutte le furie rifiutandosi di chiamarlo Raschid o di cambiare a sua volta nome. Lei era Mavis e le piaceva chiamarsi Mavis. L’unico lato positivo di tutta la faccenda è che se la raccontavi a una cena il divertimento era assicurato. Da un punto di vista finanziario si rivelò un disastro.
Peggy nel frattempo faceva viveva in un centro sociale di Islington, suonava la batteria in un piccolo gruppo folk e dava una mano in un negozio dell’associazione War on Want in Camden Street che aveva subito ben tre retate per droga. Sbattuta fuori pochi giorni prima dall’alloggio che i ragazzi del centro occupavano abusivamente, per il momento era tornata a casa non tanto perché cercasse rifugio ma per fare una semplice visita, dato che Peggy avrebbe trovato come niente un letto in qualunque angolo della città, tanto era estesa la sua rete di amicizie, o meglio, di persone che subito la identificavano come una della loro stessa sottocultura.
Era tornata a casa e, senza rendersi minimamente conto della gravità della cosa, prendendo il tè con mamma aveva buttato lì che era incinta. Nel corso della stessa chiacchierata, mentre mamma cercava con la sua proverbiale cautela di scoprire qualcosa di più, Peggy le aveva chiesto una grossa, anzi, per gli standard della nostra famiglia un’enorme somma di denaro, senza specificare a che cosa le servisse. Al che mamma non ci aveva messo molto a fare due più due e mi aveva mandato un telegramma.
Arrivai verso le tre del pomeriggio. In un evidente stato di agitazione, del tutto dissimile dall’aria saggia e serafica che ammanniva ai feriti di guerra, mamma mi sorprese sulla soglia senza darmi il tempo di suonare il campanello, per scambiare due parole in privato: con la scusa dei soldi, disse, aveva trattenuto Peggy, anche se non poteva certo permettersi quella cifra. L’aveva trattenuta per impedirle di andare altrove prima del mio arrivo. Voleva che fossi io a parlarle perché sapeva che agli occhi di Peggy lei era una beghina retrograda, mentre un mio consiglio sarebbe sembrato molto più autorevole. Peggy mi rispettava. Diceva sempre che ero giudizioso e che stavo facendo strada. E poi ero giovane. Ormai appartenere a una certa generazione era tutto. Dovevo dirle che era un errore abortire. Un errore madornale. Significava uccidere un bambino. Era omicidio, né più né meno, e tutti gli argomenti moderni a favore non erano che puro e semplice egoismo legalizzato. E cos’altro, sennò? Un figlio era vivo e tu lo uccidevi ed era una vergogna che una cosa che si faceva chiamare movimento delle donne sostenesse una simile carneficina. Peggy doveva avere il bambino. Doveva. Se dopo non lo voleva, se ne sarebbe occupata mamma. Un modo per sistemare le cose si trova sempre. C’era tanta di quella gente che voleva un figlio e non poteva averlo.
Io ero un po’ spiazzato. Ogni giorno, o a dir poco ogni mese della sua vita mamma, che si era data da sola la patente di assistente sociale, doveva aver affrontato situazioni analoghe; chissà quante ragazze della parrocchia si erano presentate da lei incinte dell’uomo sbagliato, o incinte dall’uomo giusto ma nel momento sbagliato. Eppure ora quella sua concitazione, quella sua forza persuasiva, avevano un che di straordinario. Gli angoli rugosi della morbida bocca tremavano. Le mani si serravano con una forza innaturale. Tutto il suo spirito vitale sembrava concentrato negli occhi frementi e bagnati di lacrime che mi guardavano con tanta intensità. Si capiva che per lei, per mia madre, un semplice aborto di periferia assurgeva al livello di una grande resa dei conti metafisica tra il bene e il male. C’erano angeli e demoni appollaiati su tutti i mobili.
«Ti prego, George» disse. «Ti prego.»
Fresco, ma nemmeno poi tanto, di autobus e metropolitana io, che ancora mi dibattevo per riabituarmi alla retorica da raduno religioso, feci notare che Peggy di certo non voleva i soldi per abortire perché l’aborto, che piacesse o no, ormai veniva praticato gratuitamente nei consultori. Mamma si bloccò. Il respiro era affannoso: «Ah, ma certo! Ma certo. Che stupida sono stata. Che stupida!» E mi domandò: «Secondo te è possibile che non lo sappia?»
Peggy era in cortile a godersi la prima giornata di sole dell’anno. Dissi che le avrei parlato subito, senza tergiversare. «Ti prego» ripeté mamma. «Va bene» dissi io.
Fin lì avevamo parlato a mezza bocca sulla soglia di casa tra l’odore pungente di rose della Cina e di gerani ma ora, attraversando il salotto e la cucina per andare in cortile, lo squallore della mia vecchia casa mi colpì come mai prima di allora. La carta da parati era di un marrone lucido e giallognolo, la moquette era lisa, il buco vicino alla porta del corridoio era coperto da uno straccio messo di traverso, consumato anche quello. Il divano e la poltrona dalle fodere scolorite, un tempo elastiche, erano molto più che sbrindellati e informi.
Guardai, e mi pianse il cuore all’idea che mia madre si sprecasse in un ambiente così avvilente. Sentii un rigurgito di energia morale. Ero io quello della famiglia lanciato verso il successo. Stavo per laurearmi. I miei avevano bisogno di aiuto e io ero tenuto a darglielo. Altro che non farmi vivo: dovevo passare regolarmente a controllare la situazione, a prendere i provvedimenti del caso.
Aprii la porta del cortile. Fuori c’era un prato grande quanto un fazzoletto piegato due volte e circondato da cespugli di rose e di altri fiori per me senza nome che mamma non si sa come trovava il tempo di coltivare, innaffiare e curare. Occultavano in parte il recinto nero e infossato che c’era dietro. Uscii, mi chinai per passare sotto un filo stracarico di panni stesi e trovai Peggy spaparanzata su un quadratino di denti di leone in mutande e reggiseno, il corpo chiaro e prosperoso esposto a un sole a malapena tiepido. Un cagnetto spelacchiato del quale nessuno mi aveva detto niente le leccava pigramente le costole.
«Peggy.»
Lei scattò a sedere spalancando la bocca in un sorriso sorpreso. «Anche tu!» disse. «Una riunione in piena regola. Che bello.» I seni, che quando il corpo si sollevò ricaddero in avanti, erano pieni. Accarezzò il cagnolino. «Ti piace Theo? Mi ha abbordato a Hampstead Heath e non mi ha più mollato.»
Scostai un lenzuolo di nylon verde bagnato e mi accovacciai. Rimasi zitto un attimo. Poi: «Mamma dice che sei incinta.»
Lei aveva ancora gli occhi strizzati per abituarsi alla luce. «Ah, ti sei fatto crescere i baffi.» Scoppiò in una delle sue risate. «Fanno tanto bisex.»
Le spiegai sottovoce che mamma mi aveva mandato un telegramma chiedendomi di andare lì e di convincerla a non abortire, ma che in realtà io ero dalla sua parte. Senza riserve. Perciò non aveva motivo di preoccuparsi. Certo che doveva abortire. Le femministe avevano perfettamente ragione. Il corpo era suo e stava a lei gestirlo. La decisione spettava a lei. Facendo un figlio ora si sarebbe preclusa ogni possibilità di carriera. E poi il poveretto sarebbe cresciuto in quell’ambientino senza alcuna prospettiva di lavoro, per non parlare dell’aria che tirava a livello internazionale, della minaccia di una guerra nucleare e via dicendo. Come si possono fare figli in un mondo così? L’avrei difesa a spada tratta se mamma avesse cercato di imporle qualcosa, anzi, ero prontissimo a una resa dei conti, a dirle chiaro e tondo come la pensavo sulle sue idee religiose repressive anche se, visto che non erano affari suoi, la cosa migliore era limitarsi a non dire niente e metterla poi davanti al fatto compiuto. Se lei…
«Ma io non voglio abortire» disse Peggy sbattendo gli occhi.
Rimasi di stucco. Lei allungò la mano e mi arruffò i capelli. Mi diede un bacio sulla guancia, giocando a fare la sorella maggiore. «Non spremere quella tua testolina, Georgie, sei tutto scombussolato, calmati, prendila con filosofia, ci penso io a risolvere le cose, non c’è problema.»
Sorrise. Poi disse: «Sicché la povera mamma pensava che avessi intenzione di abortire?» e corse in casa per dire a mamma che l’idea di un aborto non l’aveva mai sfiorata. Mai. Come le era saltato in mente? Se le aveva chiesto i soldi era perché lei e alcuni amici stavano facendo una colletta per pagare la cauzione a un compagno che era stato arrestato. Accuse di droga campate in aria. La polizia avrebbe dovuto vergognarsi. Dal giardino sentivo mamma piangere di gioia con violenti singhiozzi scatenati dall’emozione, e promettere di darle tutti i soldi che aveva da parte.
Più tardi, mentre festeggiavamo con il tè e i pasticcini che aveva voluto preparare con le sue mani, glassa compresa, mamma disse: «Non sarà il padre, mi auguro.»
«Come dici?» Peggy si stava leccando il dito per raccogliere le briciole rimaste nel piatto. Mavis mangiava distrattamente.
«Quello che hanno arrestato. Non sarà mica il padre?»
«Ah, no» fece Peggy ridendo.
Mentre stavamo lì a mangiucchiare ebbi la netta sensazione di essere io l’unico a preoccuparsi dei risvolti pratici di quel nuovo assetto. Dissi: «Allora non ti dispiacerà dire a mamma chi è il padre, visto che probabilmente sarà lei a doversi occupare del povero bambino.»
Peggy si girò sorpresa verso di me. «Ma tu guarda che guastafeste!»
Mamma disse: «George cerca solo di rendersi utile, cara. E’ stato così carino a venire. Dai, raccontaci di lui.»
«Si chiama Dave» disse Peggy. «Fa l’attore ed è un uomo meraviglioso. Ci sposeremo appena possibile. E provvederemo da soli al bambino, grazie tante. Che c’è di strano?»
«Non guardare me» saltò su Mavis con sdegno immotivato.
«Pensavo» dissi io, «che sposarsi fosse una delle poche cose che volendo si possono fare in quattro e quattr’otto.»
«Se proprio lo vuoi sapere, caro il mio fratellino» disse Peggy in tono dolce e condiscendente, «dobbiamo aspettare che lui ottenga il divorzio.»
Mia madre, com’era nel suo stile, non disse una parola. Fece girare di nuovo i pasticcini limitandosi a osservare che non erano lievitati bene e che non le era stato possibile farcirli con la crema al burro che metteva di solito perché in casa c’era solo la margarina e se non si decideva a fare la spesa… Il fatto che Peggy si stesse ficcando in una situazione così precaria (con un attore!), e che lei stessa di conseguenza ne avrebbe risentito, quantomeno finanziariamente se non altrimenti, non sembrava preoccuparla affatto. Mia madre aveva rifiutato di sposare un uomo rispettabile e ricchissimo solo perché era divorziato da una decina d’anni, e ora che la figlia induceva un altro a divorziare per farsi sposare lei non apriva bocca, quando invece un discorso serio sarebbe servito a farle mettere la testa a posto. E io, anche solo per esprimere l’unica opinione sensata, mi ritrovavo giocoforza a dover fare l’antipatico.
«A me sembra» feci per dire, «che non sei proprio…» Ma mamma sentì il ronzio dell’innaffiatoio automatico nel giardino accanto e corse fuori a ritirare il bucato. Preferiva fare così anziché invitare il nuovo vicino, portabandiera della scalata sociale, ad aggiustare il marchingegno. Non appena si fu allontanata, Peggy si sporse sul tavolo verso di me, i seni che oscillavano pesantemente: «Si può sapere che ti prende, George?»
«In che senso?»
«Che cavolo! Sembra che fai di tutto per rovinare una situazione idilliaca e scatenare la rissa. Rilassati. Per favore.» Aveva due orecchini grossi come piattini da caffè, il rossetto nero da punk.
Dissi: «Scusa tanto, Peggy, semmai volevo impedire che si venisse a creare una situazione disastrosa.» E quando mamma tornò le dissi che ero in partenza. Avrei preso l’autobus per Leicester quella sera stessa. Avevo tantissimo da studiare. Lei sulla porta mi ringraziò, quasi fossi stato io a operare il miracolo. Mi abbracciò e mi diede un bacio. In sottofondo, il nonno si lamentava con la televisione per l’influsso degli asiatici kenioti.
Io di voi me ne lavo le mani, pensai.