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Reggina in casa…

La partita è alle otto di sera. Aspetto l’inizio al bar Bentegodi, dove un marcantonio particolarmente sovrappeso che non ho mai visto in nessuna partita di quest’anno sta bevendo come una spugna. – Dove ei nascosti ’sti sinquemila teroni schifosi? – domanda alla sua avvenente morosa che gli sta attaccata al braccio, un po’ incerta. – Speta che ghe meto le mane adoso!
In piedi al suo fianco, osservo: – Ma non saranno più di mille.
Si accorge subito che parlo con un accento, ma è troppo sbronzo per individuarlo.
– De che rassa sito? – mi chiede in dialetto. È la domanda pressante che è sottesa a questa partita, al campionato, a tutto. – De che rassa sito? – mi ripete bellicoso.
– Ti sembro un calabrese? – gli chiedo di rimando. La sua ragazza lo trascina via. Io mi sto già vergognosamente augurando che la Reggina non abbia giocatori di colore. Nonostante il divieto di portare bottiglie, prendo dal frigorifero un paio di birre.
All’inizio della partita fa un caldo bestiale, il sole è ancora intenso, basso e abbagliante. La Curva sud è un formicolio di bandiere, un’esplosione unica. C’è il rituale scambio di insulti con i tifosi reggini, i quali a quanto pare in treno avevano tirato il freno di emergenza e avevano tentato di riempirsi le tasche con sassi raccolti dai binari. Qualcuno ha uno striscione: DIO NON SALVI LA REGGINA.
La partita? L’ho vissuta dal primo all’ultimo minuto in uno stato di tale nervosismo che sarebbe folle voler rappattumare un commento sensato. Perciò riporto parte di una lunga lettera del mio corrispondente Matteo, quello che abbina la lotta per la salvezza alla fine del suo grande amore. Dalla sua posizione al centro della Curva, Matteo comincia a raccontare la partita a secondo tempo già inoltrato. Le squadre sono ancora sullo zero a zero. Tanto per cambiare, la scena è dominata dall’abilità e dall’esibizionismo del portiere avversario, in questo caso il discontinuo ma carismatico Massimo Taibi.

«Quando esce Tony Seric sulla barella avverto il senso della fine. Mi guardo attorno e cerco conforto dai miei vicini di gradino, ma Piero non fa che scuotere la testa e ripetere: “Terza sostituzione. Così ci siamo giocati Cossato”, mentre Ernie fuma una sigaretta dietro l’altra senza dir niente. La Reggina adesso sembra essere riuscita perfettamente nel suo perfido intento di addormentare la partita, dopo aver tremato una-cento-mille volte durante il primo tempo. Taibi si gira verso la Sud e ci guarda strafottente. Gli si urla rabbiosamente “Figlio di puttana!” e tutto sommato se lo merita proprio, è lì enorme, pare voler occupare tutta la porta con quelle mani orribili che hanno scacciato via i palloni calciati meravigliosamente da Oddo e Mutu. Entra Teodorani col suo collo lunghissimo e i suoi movimenti tonti che lo fanno somigliare più a un assicuratore che a un giocatore di calcio. Ogni tanto Dionigi e Marazzina provano pure a pungerci. I neon sono arrivati al pieno della propria potenza, il campo illuminato sembra più lungo, infinito, se hai da segnare a tutti i costi. Conquistiamo un altro corner, lo batte Mutu. Il cross è teso, secco. Osservo la testa bionda di Martin Laursen arrampicarsi fino al terzo piano, un ascensore che va alto. Altissimo. L’impatto è superbo, maestoso, la palla schiacciata verso il basso, Taibi non fa in tempo nemmeno a intuirne la traiettoria… Gol!
I minuti sul tabellone scappano via veloci, velocissimi. La paura congela le parole. I tifosi della Reggina, ammucchiati in Tribuna est, non picchiano più il tamburo. Suonatelo adesso, ah ah ah! Suonatelo, il vostro cazzo di tamburo! Ferron strappa a Dionigi la palla del pareggio. Mi accendo due, tre, quattro cicche di fila. Faccio fatica a respirare, ormai. I giocatori sono sfatti dal caldo e dalla tensione. Ferron azzecca un altro paio di buone uscite, Cesari assegna quattro minuti di recupero, ma non rischiamo più, ormai. Game over!
Dopo, Ernie si sistema la polo zuppa di sudore, dice: “Può anche andar bene così”, e io penso che anche con Federica può andar bene così, però almeno con lei non ci sarà nessun ritorno, nessun’altra ulteriore sofferenza, ansia, dolore. Piero fa i conti dei soldi che servirebbero per scendere a Reggio con un charter. Più o meno trecentomila lire. Non ne ho, non ne ho proprio, e poi sono prigioniero del lavoro. Ernie ha di mezzo qualche esame, e mio Dio quanto vorrei andarci, a quel cazzo di Granillo, domenica. Me lo dice anche Trimalchio, lo becco fuori, vicino uno dei baracchini delle patatine, assieme al suo amico Dan, smilzo, pallido e con gli anfibi – antico residuo della naja. Si va a bere birra Warsteiner, in offerta al bar Bentegodi, io Trimalchio e Dan, Piero e Ernie ci salutano che han da fare con le loro donne, e io mi sento così superfluo a far passare il tempo così, ci vogliono tre birre per farmi sentire appena un po’ più in sintonia con il mondo, il viavai dei cori dentro il bar, e con Dan ci si mette a cantare “Campion campion campion è uno solo / Si chiama Hellas Verona / Ed è un vero campion”, e si va avanti così, a dire e a sognare la domenica e quel che sarà, finché i gas lacrimogeni che sparano gli sbirri non invadono anche il bar Bentegodi e ci tocca scappar via ruttando e bestemmiando e si corre giù per via Palladio e poi verso casa mia e intanto mi accorgo di aver finito le mie paglie e a casa mio padre già brillo e dubbioso sul ritorno mi offre una Heineken e un paio di Ms e poi la notte non mi addormento prima delle 3 e domani all’Archivio sarà un giorno orribile».

Matteo, essendosi dichiarato obiettore di coscienza, sta prestando il servizio civile presso il locale archivio del ministero dei Beni culturali.