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Questa pazza fede



“Se non riusciamo a sconfiggere i nostri vizi,”
scriveva Emil Cioran, “tanto vale che li coltiviamo e ce li godiamo il più possibile.” Avendo tenuto segreta per anni la mia ossessione per il calcio e il mio tifo sfegatato per Hellas Verona sugli spalti del Bentegodi, alla fine mi sono arreso e ho deciso di abbandonarmi all’incanto, e vedere dove mi avrebbe condotto. Su e giù per tutta la penisola, a ogni partita, in casa e in trasferta, nell’arco di una lunga ed estenuante stagione. E quale scusa potevo esibire in famiglia, se non quella di scrivere un libro, di fare uno studio serio, ho detto, e perché no anche emozionante, di questo immenso spazio mentale occupato oggi dal calcio, e anche ovviamente un’esplorazione dell’Italia.

Nulla di quanto io abbia mai scritto si è rivelato più diverso dalle aspettative, più divertente, complicato, imprevisto e soprattutto eccitante. I tifosi, come sempre, erano il bersaglio di accuse di razzismo e volgarità, ma quanto è strano e ambiguo questo razzismo. La squadra, come sempre, lottava contro la retrocessione, ma quanto era diversa quella prospettiva per i giocatori, i manager, i butei e le butelete che soffrivano sugli spalti. Era l’anno delle elezioni e la politica continuava ad affacciarsi sulla scena. Il comportamento della polizia era lungi dall’essere quello dei “tutori dell’ordine”, eppure giornali e televisione tacevano su quanto accadeva. Il nocciolo duro era minaccioso ma divertentissimo, gli arbitri imperdonabili, le istituzioni una maschera di ipocrisia.

Di notte su vecchi pullman e vagoni ferroviari fatiscenti, oppure seduto accanto ai giocatori sugli aerei e negli atri di alberghi di lusso, ho cominciato a vedere il carattere italiano in un modo del tutto diverso, e soprattutto a capire quel che significa investire tante emozioni in un’attività che, come tutti sappiamo, in fondo è insignificante. In un mondo globalizzato dove i confini e le discriminazioni non sono più possibili, dove religione e idealismo politico paiono più pericolosi che consolanti, il calcio – cominciavo finalmente a capire – offre un modo nuovo e ferocemente ironico per formare una comunità e ricollegarci al sentimento del sacro. Va’ in trasferta con i butei e anche tu sarai un fondamentalista a tempo parziale, un talebano del weekend.

Ultimo commento: quando ho cominciato a scrivere questo libro, ero fermamente convinto che doveva trascendere sia lo sport che la cronaca. Perciò voi che non sapete nulla di calcio, e non volete saperlo, voi là fuori che forse disprezzate quelli di noi che sono sensibili a questo incanto, fate attenzione: vi ho sempre tenuti ben presenti alle mente mentre scrivevo il mio libro. Provate qualche pagina prima di decidere. Ma in guardia! E’ stata questa una stagione che è arrivata fino all’ultimo colpo di fischietto dell’ultima partita. Se vi lasciate ammaliare, non ne verrete più fuori.