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I nani – seconda parte

Ecco la seconda parte di I nani di domani, scritto in 1982, in italiano, dopo un anno in Italia. E’ un pdf del dattiloscritto originale. La prima parte è nel post precedente.

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I nani di domani, Verona, 1982

Dopo il mio primo anno in Italia, un po’ per divertimento e un po’ come esercizio, ho scritto un piccolo romanzo comico in Italiano. Due volte mi è stata offerta la pubblicazione del libro, ma per un motivo o un altro avevo rinunciato. Adesso mi viene in mente che magari a qualcuno potrebbe anche interessare. Ecco allora le prime pagine, scritte sulla vecchia macchina manuale Olivetti e fotocopiate in pdf…

Download “I Nani”

Europa… l’incipit

Capitolo Uno

Sono seduto non proprio al centro del lungo sedile in fondo a un moderno pullman in viaggio per l’Europa. E questo di per sé è straordinario. Perché io odio i pullman, li ho sempre odiati, e soprattutto odio i pullman moderni, non solo per la puzza intensa e nauseabonda di plastica e tappezzeria sintetica, ma per come tutti – e nella fattispecie il sottoscritto – siano costretti a sorbirsi i presunti desideri della maggioranza sotto forma di schermi televisivi collocati più o meno ogni sei sedili alla base del portabagagli, nonché ovviamente di musica che filtra da invisibili altoparlanti. Tanto che perfino mentre lasciamo Piazza dell’Università per incanalarci in Corso Vercelli nel traffico mattutino di questa strana città dove vivo da tanto tempo, una città d’asfalto di tram di nobili facciate e di marocchini che vendono sigarette di contrabbando poggiate sul marciapiede e riparate dagli ombrelli – perché piove, come sempre a Milano a maggio – perfino adesso, prima che il lungo viaggio sia davvero cominciato, ci tocca ascoltare la voce tronfia di uno che canta con raucedine fasulla e compiaciuta di un amore passionale che non può, sostiene, dimenticare, e che gli ha rovinato per sempre la vita, come dire l’ultima cosa che vorresti sciropparti poco dopo le otto di un lunedì mattina, e non molto dopo il tuo quarantacinquesimo compleanno. Anche se vari fra i passeggeri più giovani cantano in coro (al pari, immagino, delle reclute di primo pelo dirette al fronte). (Continued)

Ricordando Reggina…

– Bastardi! Merda! – sta gridando la folla mentre salgo le scale dello stadio. Un’ora prima del calcio d’inizio le gradinate sono già colme, salvo, naturalmente, il piccolo settore riservato agli «ospiti». I ragazzi di Verona stanno arrivando adesso. Meno di un centinaio, a occhio, uno spettacolo molto modesto: ma in fin dei conti in treno sono sedici ore di viaggio. La folla li saluta a salve di buh seguiti da un canto roboante che non avevo mai sentito: «Uc-ci-de-re! Uc-ci-de-re!»
Lo stadio è piccolo e pittoresco, terrà venticinque, massimo trentamila spettatori. Dalla scala si gode la vista idillica del mare. «Uccidere! Uccidere!» Dato che la Reggina gioca in amaranto, la marea di corpi è tinta di un inquietante rosso scuro. «Uccidere! Uccidere!» Le Brigate Gialloblù rispondono con i loro immutabili gesti. Riconosco Fondo e un paio di altri. Appendono i vecchi striscioni. Quindi appare Pastorello insieme a Foschi, ad Agnolin e alle guardie del corpo. La folla li investe immediatamente con un boato. «Fuori!» cominciano, «Fuo-ri, fuo-ri!» E poi: «Ladro!» Perfino il pubblico del settore VIP indulge a urla e gestacci. Corrado Ferlaino, il vicepresidente del Napoli, è venuto a tifare Reggina con la moglie. – Fuori! Fuori! Ladro! – Senza tradire un briciolo di emozione Pastorello si accomoda al suo posto. La stima che ho in lui aumenta a dismisura. Le due guardie del corpo si siedono agli estremi della sua fila di poltroncine. (Continued)

Magia

Forza magico Hellas!

Paruca

«Dagliela!» grida la ragazza dietro di me. «Passagliela!» È in piedi, sta gridando. «Dagliela BENE!»
In campo Martino Melis alza la testa. Ma non la può sentire. Lei è solo una voce. Migliaia di altre stanno incitando: «Su Verona, su Verona, dai, dai!» Melis indugia ancora.
«Ma su, dagliela!» piange la ragazza. «Dagliela bene!»
Troppo tardi Melis si avvede del varco e fa il passaggio, che risulta troppo lungo. La ragazza si accascia delusa. Un attimo dopo ricomincia: «Buttalo giù! Butta giù quel bastardo, dio povero!» Sta soffrendo. Mazzola non la sente. «O mongolo,» risuona il familiare appellativo da qualche fila ancor più indietro. «O fenomeno, torna al manicomio!»
Sul Muro, con l’avvicinarsi della partita di domenica, le sollecitazioni corrono grevi e rapide:
«ODDO, MISERABILE MERCENARIO, FACCI VEDERE LE PALLE OGGI!»
«PEROTTI, MERDA! BASTA PAREGGI E SCONFITTE FALLI GIOCARE PER VINCERE, DIO BOIA, E NON FARE ENTRARE CASSETTI. È UN PARALITICO.»
Perché la gente scrive dei messaggi a destinatari che notoriamente non li leggeranno mai? Perché i tifosi inveiscono contro i giocatori sapendo che non possono sentirli?
– E tira, tira, tira, porca miseria! – La ragazza si è rialzata in piedi. – Tira adesso! – Ma neanche per un attimo s’immagina che Bonazzoli possa sentirla. Sa che il suo mondo è decisamente separato. Ma allora qui cosa sta succedendo? (Continued)

Reggina in casa…

La partita è alle otto di sera. Aspetto l’inizio al bar Bentegodi, dove un marcantonio particolarmente sovrappeso che non ho mai visto in nessuna partita di quest’anno sta bevendo come una spugna. – Dove ei nascosti ’sti sinquemila teroni schifosi? – domanda alla sua avvenente morosa che gli sta attaccata al braccio, un po’ incerta. – Speta che ghe meto le mane adoso!
In piedi al suo fianco, osservo: – Ma non saranno più di mille.
Si accorge subito che parlo con un accento, ma è troppo sbronzo per individuarlo.
– De che rassa sito? – mi chiede in dialetto. È la domanda pressante che è sottesa a questa partita, al campionato, a tutto. – De che rassa sito? – mi ripete bellicoso.
– Ti sembro un calabrese? – gli chiedo di rimando. La sua ragazza lo trascina via. Io mi sto già vergognosamente augurando che la Reggina non abbia giocatori di colore. Nonostante il divieto di portare bottiglie, prendo dal frigorifero un paio di birre.
All’inizio della partita fa un caldo bestiale, il sole è ancora intenso, basso e abbagliante. La Curva sud è un formicolio di bandiere, un’esplosione unica. C’è il rituale scambio di insulti con i tifosi reggini, i quali a quanto pare in treno avevano tirato il freno di emergenza e avevano tentato di riempirsi le tasche con sassi raccolti dai binari. Qualcuno ha uno striscione: DIO NON SALVI LA REGGINA. (Continued)

Un gioco!

Facciamo un gioco. Leggiamo qualche riga di narrativa in versione italiana e inglese. Sarà facile riconoscere qual è l’originale? E confrontando le due versioni, impareremo qualcosa di più su questo scrittore, o addirittura sulla letteratura in generale? Ecco l’italiano.

Pensò a quella volta che era a Costantinopoli, da solo, perché a Parigi avevano litigato prima della sua partenza. Non aveva fatto altro che andare a donne e poi, quando era finita, e non ce l’aveva fatta a scacciare la solitudine, ma era solo riuscito a peggiorare le cose, le aveva scritto, alla prima, a quella che lo aveva lasciato, una lettera in cui le spiegava che non era mai riuscito a dimenticarla… che quando, un giorno, aveva creduto di vederla davanti al Regence si era quasi sentito venir meno, e che seguiva tutte le donne che in qualche modo somigliavano a lei, lungo il boulevard, con la paura di dover constatare che non era lei, con la paura di non provare più la sensazione che gli dava tutto ciò. Che tutte le donne con cui era andato a letto gli avevano solo fatto sentire di più la sua mancanza.

Quante donne! Il protagonista si ricorda di quando aveva rotto con la sua donna a Parigi per poi cercare, a Costantinopoli, di riempire il vuoto affettivo con una promiscuità sfrenata. Non ce la fa e così scrive una lettera a una ex che, però, non sembra essere la donna di Parigi, che lui aveva lasciato, ma un’altra che aveva lasciato lui. Quella della prima frase allora non era la prima, solo la prima del periodo promiscuo. Se davvero era una donna. Effettivamente il testo non ce lo dice. C’è un po’ di confusione. Anzi, è teoricamente possibile che quel ‘sua partenza’ si riferisca alla partenza/abbandono di lei (o anche di un altro lui), e che lui (il protagonista) sia partito per Costantinopoli solo dopo. (Continued)

Il silenzio di Cleaver

Nell’autunno del 2004, a breve distanza dalla memorabile intervista
con il presidente degli Stati Uniti e pochi giorni dopo
che il figlio maggiore aveva dato alle stampe un’autobiografia
romanzata dall’impietoso titolo All’ombra del maestro, il celebre
giornalista, commentatore televisivo e documentarista Harold
Cleaver si imbarcò su un volo British Airways da Londra
Gatwick a Milano Malpensa, proseguì a bordo delle ferrovie
italiane fino a Brunico, nel Sud Tirolo, e da lì prese un taxi in
direzione nord per Luttago, un paese a pochi chilometri dal
confine austriaco nelle cui vicinanze si augurava di trovare
una remota dimora montana dove trascorrere i successivi (anche
se non necessariamente gli ultimi) anni della sua vita. Fottendotene
delle tue responsabilità, a sentire Amanda. La madre
dei suoi figli. Le responsabilità di un uomo della mia età,
aveva detto l’eminente e sovrappeso Cleaver a quella che era
la sua compagna da trent’anni, sono di natura esclusivamente
economica e, spinto da una decisione di appena qualche ora
prima, le aveva intestato una considerevole somma di denaro
della quale né lei né i loro tre figli viventi avevano alcun bisogno
immediato, a eccezione forse di Phillip, il minore, che pur
in eterno stato di bisogno non accettava mai niente. (Continued)

Lecce

Italia, terra di cento città, che unisce l’amore per la mia città natale con l’amore per il mio Paese e l’amore per l’Europa. Sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.

CARLO AZEGLIO CIAMPI, presidente della Repubblica,
Messaggio di fine anno agli Italiani.

Unità d’Italia = Roma merda, Inter merda, Milan merda, Napoli merda, Vicenza merda, Lecce merda. Devo continuare?

DANY-FOR-HELL@S.IT. Guestbook di www.hellasverona.it

Già a dieci anni le loro qualità sono evidenti. Le madri strillano ai bordi del campo. I talent-scout offrono consulenze. A 15 anni entrano in un collegio per giovani calciatori. Sopravvivono a una trafila di selezioni. Vedono gli altri ragazzi tornare a casa a capo chino. Sentendosi predestinati alla gloria, vanno a letto presto per sognare l’erba di San Siro o dell’Olimpico. Mamma e papà telefonano incitandoli. Sono incoraggiati dai pochi amici rimasti dall’infanzia. Non bevono, non fumano. La loro dieta è controllata. Gli allenamenti sono massacranti. A diciassette, diciotto anni già giocano in serie C o vanno in panchina in B. Personaggi seriosi in pesanti cappotti scommettono sul loro futuro. (Continued)

Inglesismi

“La sublime lingua di Dante soffocata sotto una valanga di inglesismi! E’ una catastrofe!”

Quante volte ho sentito questa lamentela, quante volte sono stato invitato a sentirmi un po’ in colpa, quasi che la mia lunga presenza di inglese trapiantato in Italia contribuisse all’abominio di footing, fashion, fitness, fiscal drag, fiction e tutto il resto. Va da sé che all’interlocutore preoccupato brillano gli occhi per l’indignazione. Come la battaglia per i crocifissi nelle aule scolastiche o per i presepi natalizi ai nidi, questa difesa del patrimonio nazionale è qualcosa su cui gli animi si scaldano volentieri.

E di tanto in tanto mi sono scaldato anch’io. Che senso aveva imparare l’italiano se la lingua veniva rimpiazzata, giorno per giorno, parola per parola, con inglesismi? Peggio ancora, se le parole sono quelle sbagliate. La prima volta che ho sentito qualcuno dire che voleva comprare un body, a me è sembrato che parlasse di prostituzione, o addirittura di necrofilia. Ce n’è voluto ancora del tempo per capire che il golf era qualcosa che si può indossare, non solo giocare. E non avrei mai immaginato che qualcuno volesse mettere la macchina nel box (scatola alle mie orecchie). Non solo dovevo imparare l’italiano, mi toccava pure ri-imparare la mia lingua. (Continued)