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Lecce

Italia, terra di cento città, che unisce l’amore per la mia città natale con l’amore per il mio Paese e l’amore per l’Europa. Sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.

CARLO AZEGLIO CIAMPI, presidente della Repubblica,
Messaggio di fine anno agli Italiani.

Unità d’Italia = Roma merda, Inter merda, Milan merda, Napoli merda, Vicenza merda, Lecce merda. Devo continuare?

DANY-FOR-HELL@S.IT. Guestbook di www.hellasverona.it

Già a dieci anni le loro qualità sono evidenti. Le madri strillano ai bordi del campo. I talent-scout offrono consulenze. A 15 anni entrano in un collegio per giovani calciatori. Sopravvivono a una trafila di selezioni. Vedono gli altri ragazzi tornare a casa a capo chino. Sentendosi predestinati alla gloria, vanno a letto presto per sognare l’erba di San Siro o dell’Olimpico. Mamma e papà telefonano incitandoli. Sono incoraggiati dai pochi amici rimasti dall’infanzia. Non bevono, non fumano. La loro dieta è controllata. Gli allenamenti sono massacranti. A diciassette, diciotto anni già giocano in serie C o vanno in panchina in B. Personaggi seriosi in pesanti cappotti scommettono sul loro futuro. Vengono comprati e venduti. Un miliardo quest’anno, cinque miliardi l’anno prossimo. Li sballottano su e giù per quanto è lungo lo Stivale, Treviso, Taranto, Palermo, Torino. Ormai non conoscono più nessuno fuori dal mondo del calcio. Stentano a trovare argomenti di cui parlare con chiunque non sia un giocatore o un dirigente o un giornalista. O almeno un tifoso. Esiste qualcuno che non sia tifoso di calcio? Sono allo stesso tempo inorgogliti per quello che hanno saputo fare e timorosi di sembrare stupidi. Hanno studiato poco. Non hanno fatto in tempo a costruirsi una socialità. Sempre monitorati, non hanno avuto modo di formarsi un carattere. Prima di ogni partita gli preparano la borsa che contiene tre maglie con nome e numero ricamati sulla schiena, tre magliette della salute, tre paia di calzoncini, tre paia di calze, tre paia di scarpe, la tuta della squadra e la tenuta da trasferta completamente bianca, perché non si sa mai. Gli prenotano il viaggio, gli preparano i pasti, tutte le loro giornate si svolgono secondo un programma. Si allenano cinque giorni la settimana; un giorno, se sono fortunati, giocano, e ne hanno uno di libertà per leggere sui giornali come hanno giocato. Prima e dopo ogni seduta di allenamento vengono pesati. Sono informati del proprio peso forma ideale e devono mantenerlo. Vietato fare sesso prima della partita. Se arrivano in ritardo all’allenamento, multa. Se il loro telefonino squilla mentre l’allenatore sta parlando, multa. Se non indossano la divisa sociale in viaggio con la squadra, multa. Anelando a un posto da titolare, che altro possono fare se non dirsi d’accordo con tutte le decisioni del mister? Che altro possono fare se non sforzarsi di esaudirne ogni desiderio? In campo, sprizzano orgoglio e sollievo; in panchina o in tribuna soffrono di ogni genere di angoscia. La paura degli infortuni li rende ipersensibili, ipocondriaci. Hanno un solletico alla caviglia, un formicolio al polso, un gonfiore al collo. Che cos’è? Il medico sociale li visita, il massaggiatore li rimette in sesto. Luminari di fama mondiale sono chiamati a eseguire i più banali interventi ortopedici. Anelando a essere adorati, temono che la gente li avvicini soltanto per la loro fama. Guardano film porno in anonimi alberghi. Quando vincono sono venerati come dèi. In piedi a braccia alzate sotto la Curva, sono madidi di gloria, i loro volti risplendono. Le loro vesti si sono mutate in sacre reliquie. Nella folla tutti cercano di toccarli. Nella sconfitta gli sputano addosso. Ricevono bordate assordanti di fischi. Filano a testa bassa verso il tunnel. Vivendo soli, spesso si sposano giovani. Magari con la fidanzatina di sempre. O magari con una giovane fotomodella smarrita e vacua al pari di loro. Oppure, nell’autismo claustrofobico che domina questo mondo, si rivolgono per le pratiche sessuali ai compagni di squadra. È un mondo di maschi, e di maschi giovani e belli. Se si svegliano in piena notte con l’emicrania, prima di prendere qualsiasi farmaco devono chiamare il medico sociale. Ci sono i controlli antidoping. Se hanno il naso tappato non si possono mettere le gocce. Non possono inalare il Vicks. Non possono pensare a nient’altro che alla partita. La prossima partita è decisiva. La prossima partita è sempre decisiva. La notte prima della partita sono troppo nervosi per dormire. La notte dopo la partita sono troppo agitati, troppo carichi. Sentono tutto il corpo dolorante. I muscoli sono gonfi, le articolazioni rigide. Non riescono a dormire. Con sgomento, leggono che negli altri Paesi ci sono calciatori che sbevazzano e fumano e sfasciano ristoranti e aeroplani. Com’è possibile? Cosa direbbe la «Gazzetta»? L’Italia è un Paese cattolico. Leggono che i calciatori inglesi nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo seguono i risultati delle corse dei cavalli. Non ci possono credere. Impossibile. Come i guerrieri spartani, sono veramente se stessi solo sul campo di battaglia. Soltanto quando corrono attraverso il sottopassaggio nel grande campo verde possono dare sfogo all’eccitazione repressa. Solo lì possono dimostrare il loro genio. Solo davanti a un’enorme folla possono finalmente comportarsi male. Molto male. Afferrano i loro avversari per la maglia. Entrano con i tacchetti sulle loro gambe prima che arrivino sotto porta. Gli spettatori applaudono. Buttalo giù! Fingono di continuo di essere stati loro a subire il fallo. Cadono quando non sono stati neanche toccati. Negano le evidenze più palesi. Negano di avere toccato la palla quando tutti hanno visto che l’hanno toccata. Protestano che una palla non è uscita quando tutti hanno visto che è uscita. Quando sono in vantaggio lanciano lontano il pallone per perdere tempo. O lo afferrano e rifiutano di consegnarlo. Se subiscono un fallo, si dibattono a terra anche quando non sentono nessun dolore. Sostituiti, attraversano il campo come tartarughe malgrado i fischi dei tifosi avversari. Sono contemporaneamente infantili e scafati, frignoni e impavidi. Quando segnano perdono ogni autocontrollo. Si strappano la maglietta, dànno in escandescenze. Quando segnano gli avversari, stramazzano in terra costernati. Protestano energicamente. Prendono a calci i pali della porta. Dopo la partita telefonano alla mamma. Intervistati alla televisione, sono accorti e conformisti: abbiamo fatto del nostro meglio, congratulazioni agli avversari, occorre lavorare sodo per migliorare, dobbiamo rimanere umili. Il giorno dopo leggono i voti sui giornali. Verificano il loro ipotetico valore di mercato al Fantacalcio. Sarò ancora qui il prossimo anno? Giocherò, o mi sbatteranno in panchina? Privilegiati al di là di ogni dire, sono anche disperatamente indigenti. Manca loro ogni parvenza di una vita normale. Ma soprattutto guadagnano cifre spropositate. E proprio adesso sto per conoscerli, o almeno di conoscerne qualcuno, nella sala d’aspetto dell’aeroporto Marco Polo di Venezia.
È il 5 gennaio, le tre di pomeriggio, sono seduto nella sala delle partenze in attesa d’incontrare la squadra dell’Hellas Verona. Viaggerò in aereo insieme con i giocatori e l’allenatore: faremo tappa a Roma e da lì scenderemo a Brindisi, giù nel tacco d’Italia. Poi in auto fino a Lecce, dove passerò le notti di venerdì e sabato nel loro stesso albergo. Domenica assisterò alla partita vicino al presidente-proprietario Giambattista Pastorello e al direttore sportivo Rino Foschi. Non sto più nella pelle dall’emozione. Quando, due mesi fa, ho visto da vicino Sua maestà la Regina, ero completamente indifferente. Non provavo nessun coinvolgimento. Ero solo curioso di stabilire quanto Sua maestà somigliasse davvero a mia madre. Ora mi sento come un ragazzino il giorno del proprio compleanno o di un esame importante. Perché?

Ritagli crudeli

Abbiamo traslocato da circa quattro anni e perciò sono poche le lettere che riceviamo dirottate dal vecchio indirizzo. C’ è però un corrispondente che non sono ancora riuscito a informare del cambio. Ogni cinque o sei mesi le poste italiane mi recapitano una busta. Viene da Londra. Il mio nome è scarabocchiato con una grafia incerta, forse con la sinistra. Il mittente non vuol farsi riconoscere. All’ interno non trovo mai una riga scritta di suo pugno. Invece, strappata quasi con rabbia da qualche giornale, trovo sempre una cattiva recensione di un mio libro.
E’ strano, ma tutto questo è iniziato otto o nove anni fa, non molto tempo dopo aver supplicato il mio editore di non spedirmi più recensioni. Non me la sentivo più di rallegrarmi per le lodi né di tormentarmi per le stroncature, volevo solo concentrami sul lavoro in cantiere. Non avevo ancora finito di tirare un sospiro di sollievo che mi giunse la prima di queste buste anonime con il loro spiacevole contenuto. Sono tornato con i piedi per terra.
Staccare i piedi da terra è forse lo stimolo segreto di ogni ossessione per la scrittura, afferma il filosofo rumeno Emil Cioran. Avendo notato un incremento nel numero degli scrittori in concomitanza con il declino della fede religiosa, Cioran conclude che «nessuno può rinunciare a un simulacro di perennità, e ancor meno vietarsi di cercarlo dappertutto, in qualsiasi forma di reputazione, a cominciare da quella letteraria. Da quando la morte è apparsa a ognuno come un termine assoluto, tutti scrivono».
Se Cioran ha ragione, le ferite inflitte dalla critica negativa assumono una nuova dimensione: l’ ego vanitoso affronta la minaccia della propria estinzione. «Profondamente deluso di aver ricevuto tale verdetto al posto delle lodi che mi attendevo», confessa Rousseau, «feci ritorno a casa con la morte nel cuore. Spossato e consumato dal dolore, mi ammalai e per sei settimane non fui in grado di lasciare la stanza».
D. H. Lawrence si dimostra più combattivo, invocando «una maledizione, un sortilegio, una pestilenza su questa razza umana strisciante, lagnosa e invertebrata», dopo le pessime recensioni a Donne innamorate. Quando pubblicò il saggio Fantasia dell’ inconscio, si mise a comporre risposte sdegnate alle critiche ancor prima che fosse apparsa la prima recensione. Non è difficile poi interpretare molte opere di Lawrence come repliche agguerrite alle stroncature delle sue precedenti creazioni. La bile può essere uno stimolo utile al processo creativo.
Ma è mai possibile che gli scrittori che noi ammiriamo sappiano creare solo dall’ anelito verso qualche improbabile surrogato della vita eterna; che il loro talento per incantarci con le parole, per evocare gioventù e bellezza, per intessere un dramma avvincente, venga esaltato quando un recensore nega loro il riconoscimento ambito? Non dovremmo allora augurare ai nostri autori preferiti di essere massacrati dalla critica, nella speranza di veder nascere qualcosa di ancor più miracoloso?
Giacomo Leopardi dibatté a lungo la questione della scrittura e della fama. Giunto alla conclusione che la vita era breve, travagliata e senza senso, «un solido nulla», il genio della sua poesia è senz’ altro quello di affrontare questa sgradita «verità» con versi così seducenti che almeno per la durata della lettura il lettore si sente incantato, quasi felice che il mondo sia così.
Un talento simile forse procura ammiratori, ma mai le frotte che si accalcano attorno agli ottimisti. «…come una rana…che va gracchiando, “Dio non c’ è perché io sono gobbo”», sentenziò Niccolò Tommaseo. Da Roma, avvilito, Leopardi scrisse al fratello, «che s’ io non avessi il rifugio della posterità, e la certezza che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al diavolo mille volte».
Non è questa una meravigliosa contraddizione? Per poter continuare a esercitare un’ arte che dice la verità senza compromessi, il poeta deve sentirsi certo di qualcosa che allo stesso tempo egli riconosce come illusione: la gloria della reputazione postuma, della quale, anche se raggiunta, non saprà mai nulla, essendo morto. Qualsiasi azione positiva, pensava Leopardi, e la felicità che essa porta con sé può essere intrapresa soltanto sotto l’ incantesimo di qualche illusione. Il gioco del pallone, ad esempio, era ai suoi occhi particolarmente ammirevole per la sua capacità di coinvolgere e entusiasmare la gente per un’ impresa, alla fin fine, del tutto insignificante (sembrerà incredibile, ma c’ è chi si preoccupa davvero che Beckham possa lasciare il Manchester). Vivere significa vivere un’ illusione e lo scrittore non fa eccezione, ma poiché l’ arte significa dire la verità sulla condizione umana, l’ artista è obbligato a vivere in un perenne stato di contraddizione.
Questo paradosso spiega forse perché molti scrittori si sentono invadere da una sensazione di profondo imbarazzo, nel ricevere non solo recensioni negative, ma qualsiasi recensione in genere («nulla è accettabile, tranne l’ elogio senza riserve», sosteneva Steinbeck). Non è solo che un ego spropositato si sta prendendo una batosta, anche se questo è brutto assai; è che lo scrittore si trova all’ improvviso a dover affrontare l’ oscura contraddizione che sta alla base della sua vocazione.
La recensione positiva, il premio letterario offrono un assaggio di gloria eterna. Qualsiasi scrittore degno del nome non si lascia ingannare. «Lo faccio per questo?» si chiede incredulo, partecipando al ricevimento per i vincitori. La cattiva recensione gli dice che persino questo rifugio illusorio gli sarà negato. Al diavolo, allora! Ciò che conta è che l’ editore paghi. Ah, ma allora se erano i soldi che mi interessavano, avrei dovuto cambiare professione anni fa! Nella sua novella, Una burla riuscita, Italo Svevo ci presenta uno scrittore cinquantenne che da decenni ha deciso di non pubblicare più nulla. Libero da ogni ansia da recensione o da riconoscimento, trova addirittura più facile cullarsi in vaghi sogni di gloria eterna. Così raggiunge una certa serenità.
Apro la cassetta della posta poco prima di pranzo. Ecco! Ha colpito ancora, il mio collezionista di ritagli crudeli! Riconosco subito la piccola busta bianca. La grafia sbilenca e infantile che traccia il mio nome mi appare minacciosa e malevola. Il nome della strada dove abitavamo – via delle Primule! – è carico di ironia. Perché mi fa queste cose, quest’ uomo? O questa donna? Le mie ambizioni di fama letteraria gli risultano per qualche verso offensive? Non che io abbia intenzione di leggere il contenuto della lettera, è ovvio. Da tempo ho appreso a cestinare immediatamente queste missive.
Pur tuttavia, non posso negare che qualcosa è successo. Il mondo crudele si è affacciato alla finestra, mi sono ricordato di questa stupida ricerca di fama letteraria. Che sia maledetto quest’ uomo codardo! Ma che sia benedetto pure. Perché ecco che provo una sferzata di adrenalina e mi dirigo svelto al mio scrittoio. Se è vero, come sostengono molte religioni, che la rinuncia e l’ umiltà sono l’ unica via verso la conquista dello spirito, tuttavia è da un sacco di tempo che non si legge un buon romanzo scritto da un monaco buddista.
La rabbia infiamma i miei pensieri. Che le spedisca pure le sue lettere. Alla fin fine, bisogna anche ammettere che questo strano tizio mi è rimasto fedele. Deve passare al setaccio tutta la stampa per trovare quelle cattive recensioni dei miei libri. E’ una specie di riconoscimento, anche questo. Mi immagino quelle buste bianche con i loro ritagli crudeli che continuano ad arrivare fin dopo la mia dipartita all’ ultimo indirizzo possibile: le ceneri sotto il rosaio, o se mai me lo concedono, sotto il campo dello stadio Bentegodi a Verona. Va bene, diamo ai critici qualche altro motivo per lagnarsi. Forza! Afferro la matita. Qual è il tema di oggi, ragazzi? Ecco: La solidarietà umana in un mondo senza Dio.

Dimentichiamoci del “traduttore traditore”

Innanzitutto dimentichiamoci del “traduttore traditore”. Chi tradisce è sleale e sa di esserlo, circostanza rarissima per un traduttore. E mettiamo pure da parte la provocazione secondo cui la traduzione fedele sarebbe la moglie bruttarella, mentre quella infedele somiglierebbe all’amante seducente. La traduzione non è una commedia sentimentale. Diffidiamo delle metafore inventate per stuzzicare l’interesse di un pubblico distratto.
Scartiamo anche l’equazione: traduzione letterale, giusta ma illeggibile; traduzione libera, sbagliata ma scorrevole. Non esistono le traduzioni “libere”. Se chi scrive è “libero”, non è un traduttore; il traduttore lavora sempre in una camicia di forza. D’altra parte, se la traduzione di un’opera letteraria segue esclusivamente il senso semantico, renderà solo una minima parte dell’originale.
I problemi sembrerebbero due ma effettivamente sono tre.
Primo: bisogna capire a fondo l’originale che si vuole tradurre. Ma quanti di noi capiscono veramente a fondo un’opera di alta letteratura? Non è forse vero che ogni volta che torniamo ai grandi testi troviamo qualcosa di nuovo, qualcosa che ci è sfuggito? E questo capita già nella nostra lingua madre. Figuriamoci in una lingua straniera. Gli sbagli, o semplicemente le sfumature perse, non si contano quando affrontiamo un testo importante in un’altra lingua. Questo vale per Pavese che traduce Moby Dick come per Fusini che traduce Woolf, per non parlare di Vittorini che affronta Lawrence. Non che gli inglesi o gli americani siano più bravi. Anzi. Non esiste, in inglese, una traduzione che faccia giustizia alle novelle di Verga, o a L’isola di Arturo della Morante, o a Quer pasticciaccio…
Secondo: bisogna sapere scrivere bene, anzi benissimo nella propria lingua. Se si traduce Thomas Pynchon, bisogna sapere scrivere come Thomas Pynchon, ma in italiano. O come Irvine Welsh, o come Colm Toibin, anche se Pynchon non saprebbe imitare Welsh e Welsh si annoierebbe a morte a scrivere come Toibin. Chiediamo molto ai nostri traduttori, per poi dimenticarli appena la traduzione è consegnata.
Questi due problemi sono poi legati, addirittura inscindibili. Chi non capisce a fondo il testo originale, si troverà a disagio anche nella propria lingua. Avrà paura di sbagliare, sarà ansioso, contratto. Tenderà ad aggrapparsi alle formule della sintassi originale. O se ha molto mestiere, come per esempio la Fusini che traduce Mrs Dalloway, inventerà, farà scomparire l’incomprensione in un ghiribizzo magari elegantissimo ma senza senso, non integrato nella logica dell’opera.
Queste due qualità allora, la completa comprensione e la capacità espressiva, devono procedere in tandem. Il capire e sentire l’originale è simultaneamente un capire come riscriverlo, reinventarlo in italiano. Che non vuol dire libertà ma anzi massima sottomissione, incanalando tutta la propria creatività nel progetto di riscrivere l’opera originale nella propria lingua senza perdere o travisare l’atmosfera che evoca. Quante persone di talento sono disposte a fare un tale gesto di abnegazione? Per pochi soldi. Un traduttore professionista in Italia, se non vuol morire di fame, deve tradurre almeno tre opere all’anno. Se io ne affronto più d’una mi sento soffocare.
Ed ecco che arriviamo al terzo problema, quello che rende gli altri due ancor più ardui. Si tratta di una verità lampante che la maggior parte delle persone fa di tutto per ignorare. Chi la esprime meglio è Lutero quando difende la sua traduzione della Bibbia. “La struttura della lingua latina” ci informa con solenne ironia “è di grave ostacolo a chi voglia parlare un buon tedesco.”
Mille volte Lutero insiste che il latino non è il tedesco. E l’inglese non è l’italiano. Né si tratta di codici che si sovrappongono. Sono l’espressione di mondi diversi in cui si dicono cose diverse perché la gente agisce in modo diverso. Non siamo uguali. La circostanza rende ardua la traduzione anche delle cose ordinarie – How do you do? Take care, baby. My, my, what a balls up! – ma cosa fare se lo scrittore comincia a giocare con questa lingua, per sovvertirla, o semplicemente per distinguersi, per trovare uno spazio tutto suo? Come si fa a tradurre non solo la traiettoria della pallina semantica, ma anche l’effetto che lo stile dà alla pallina? Lo stile che è Nabokov. Lo stile che è Rushdie. Ci piace pensare che l’individualità dello scrittore possa essere pienamente resa in un’altra lingua, dimenticando che quell’individualità è stata costruita in rapporto alla propria cultura e alla propria lingua. Ho appena ricevuto una traduzione italiana di Finnegan’s Wake di Joyce. Qui ogni frase, quasi ogni parola è un’invenzione che devia dall’inglese standard. Si può provare a fare giochi simili in italiano, ma saranno comunque diversi perché prendono spunto da parole diverse.
E le nuove versioni dei capolavori di ieri? Una casa editrice mi chiede se serve o no una nuova traduzione di Per chi suona la campana. Rileggo qualche capitolo dell’originale. Rimango colpito dall’estremismo stilistico di Hemingway: è esagerato, martellante, difficile da digerire, ma, quando finalmente vi soccombo, diventa brillante, nuovo, trasforma il mondo.
Leggo la traduzione. Non è niente male. Il traduttore ha capito la strategia stilistica, le ripetizioni, l’uso pesante di monosillabi, l’insistere sulla materialità del mondo, ma li ha anche smorzati, addolciti per un pubblico gentile che non ha voglia di essere provocato più di tanto. Ritradurre avrebbe senso solo se si volesse recuperare l’impatto brutale dell’originale. Ma anche se il traduttore ci riuscisse, nove lettori su dieci preferirebbero la versione precedente, come l’ottocento inglese preferiva versioni purgate e addolcite di Shakespeare. Questo è il dilemma di chi ritraduce. Il pubblico è contento con una versione un po’ annacquata, e quella ce l’ha già! Credo sia proprio per questo che si legge tanto in traduzione. Chi non leggerebbe più volentieri Gadda se fosse un po’ raddrizzato? Come nella versione inglese.