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Inglesismi

“La sublime lingua di Dante soffocata sotto una valanga di inglesismi! E’ una catastrofe!”

Quante volte ho sentito questa lamentela, quante volte sono stato invitato a sentirmi un po’ in colpa, quasi che la mia lunga presenza di inglese trapiantato in Italia contribuisse all’abominio di footing, fashion, fitness, fiscal drag, fiction e tutto il resto. Va da sé che all’interlocutore preoccupato brillano gli occhi per l’indignazione. Come la battaglia per i crocifissi nelle aule scolastiche o per i presepi natalizi ai nidi, questa difesa del patrimonio nazionale è qualcosa su cui gli animi si scaldano volentieri.

E di tanto in tanto mi sono scaldato anch’io. Che senso aveva imparare l’italiano se la lingua veniva rimpiazzata, giorno per giorno, parola per parola, con inglesismi? Peggio ancora, se le parole sono quelle sbagliate. La prima volta che ho sentito qualcuno dire che voleva comprare un body, a me è sembrato che parlasse di prostituzione, o addirittura di necrofilia. Ce n’è voluto ancora del tempo per capire che il golf era qualcosa che si può indossare, non solo giocare. E non avrei mai immaginato che qualcuno volesse mettere la macchina nel box (scatola alle mie orecchie). Non solo dovevo imparare l’italiano, mi toccava pure ri-imparare la mia lingua.

In realtà gli inglesismi sono i trabocchetti più pericolosi per noi inglesi che viviamo in Italia. Non dichiarano il loro genere con la vocale finale e quando mi vengono a tiro skateboard, airbag o cordless, non so mai se sono maschili o femminili. Poi mi angustio per la pronuncia. Se dico le parole all’inglese, è più che probabile che non mi capiscono, o lo vedono come un atteggiamento snob. Ma gli italiani non si rendono conto quanto è difficile per un inglese tener muta quell’h di hard disk, pronunciare la e e la r di performance, anzi pérrrformance. E se c’è il plurale, devo guardarmi bene dal pronunciare la s finale.

Ancor più imbarazzante è quando, da inglese, non riconosci le parole inglesi di uso comune in Italia. La prima volta che ho sentito un giornalista radiofonico annunciare un flash, ho sentito flesh (carne), cosa che mi ha lasciato del tutto perplesso. Una ventina d’anni fa sono capitato in un negozio di informatica e in tutta innocenza ho chiesto un topo. Almeno conoscevo il genere di quel vocabolo (anche se mi chiedevo se non doveva essere piuttosto un topolino).

Ma col passar degli anni ho cominciato ad apprezzare queste strane mutazioni, questi ruvidi corpi estranei nel morbido fluire della lingua italiana. La lobby dei puristi (se è lecito un tale abbinamento) accusa gli italiani di pigrizia nell’importare tante parole, ma la verità è che ci vuole molta energia e fantasia a trasformare questi prestiti linguistici e a camuffarli in modo che gli inglesi non li riconosceranno mai. E hanno senz’altro una certa utilità, provocano un certo divertimento, che va al di là di ogni senso semantico. Accogliendo questi vocaboli internazionali, gli italiani dimostrano di essere entrati appieno nel processo di globalizzazione, ma allo stesso tempo si divertono a ironizzare quel processo, a sdrammatizzarlo, italianizzarlo.

Per quanto riguarda noi inglesi, ho capito tempo fa che sentire la nostra lingua mal pronunciata, mal interpretata e in genere mutilata, è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra egemonia linguistica, una sorta di contrappasso dantesco che ben si addice al crimine (come quando a una conferenza, in Malesia, ho ascoltato una discussione per un quarto d’ora, prima di rendermi conto che i partecipanti parlavano in inglese).

Ma tornando a Dante e al suo sublime idioma, ogni qualvolta ci preoccupiamo che l’italiano sia sotto attacco, forse la cosa migliore da fare è leggere un paio di pagine della Divina Commedia, con la certezza che, per quanti orrori possano racchiudere i gironi infernali, il demone dell’inglese non si trova tra di loro. O forse sì…

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la road map era smarrita.

Eek!